Se solo l'1% o il 2% delle royalties retrocesse fosse alterato (ci piacerebbe...), parleremmo di centinaia di milioni di risorse distratte dalle competenze della filiera. La pirateria "on platform", quella forma di inganno di chi riesce a nascondersi in piena vista all'interno delle library e delle playlist dei servizi di streaming musicale, è comunemente definita "fake streaming". E' una forma di presenza borderline, tale per cui la sua violazione non è necessariamente effettiva in punta di diritto e di regolamento, ma l'etica viene certamente violata. In assenza di equità e trasparenza, la conseguenza è un danno molto serio per i veri protagonisti dell'industria. Le piattaforme si muovono per combattere il fenomeno? Certo che sì, come cerca di fare continuamente Spotify, come cerca di fare anche il governo tedesco. Ma poi nemmeno gli stessi artisti sono del tutto esenti da responsabilità, tanto che padroneggiano qualsiasi tipo di tattica... Per capire a chi conviene generare falsi streams occorre comprendere le falle del sistema. Ecco cinque metodi principali con cui, restando più o meno conformi alle regole, si ingannano artisti, utenti e piattaforme. Questa puntata del podcast dedicata ai fake streams, una ferita sempre aperta, è la terza di dodici della prima stagione di “Rockol MusicBiz – il Podcast”, disponibile sulle piattaforme di streaming raggiungibili attraverso il link qui sotto. https://www.rockol.it/podcast