Il nulla di fatto registrato nel tardo pomeriggio di ieri dopo l’incontro ospitato dal Ministero della Cultura tra Meta e SIAE segna una nuova fase - meno calda, probabilmente, ma decisiva - nello scontro tra la principale società di gestione collettiva italiana e la big tech californiana: con gli occhi dell’Europa addosso in quanto caso di studio (come primo negoziato su un accordo di licenza tra società di servizi informatici e collecting dopo la ratifica della normativa sul copyright) né la Società Italiana degli Autori ed Editori né l’azienda guidata da Mark Zuckerberg hanno ritenuto di lanciare segnali distensivi, lasciando artisti, addetti ai lavori e utenti dei social network con una sola domanda in testa. Quanto durerà la crisi? All’indomani del takedown di massa da parte di Meta Mario Lavezzi, consigliere di sorveglianza di SIAE con cinquant’anni di carriera da artista sulle spalle, aveva osservato che “anche Google aveva fatto la stessa minaccia, poi ci si è messi d'accordo”. E’ senz’altro vero che una situazione di conflitto non è vantaggiosa per nessuno e che, prima o poi, sarà inevitabile arrivare a un accordo. La posta in gioco, tuttavia, in questo frangente è molto alta. Così alta da giustificare l’innalzamento del livello dello scontro nonostante la mediazione delle istituzioni. Sulla possibile durata dello stallo, al momento, è impossibile fare previsioni, anche considerando un importante precedente. GEMA, società di gestione collettiva corrispettivo tedesco di SIAE, nel 2009 non riuscì a chiudere l’accordo di licenza con YouTube: la piattaforma di video sharing controllata da Google oscurò i contenuti degli oltre 67mila artisti locali soci della colleting, rivoltando contro la Gesellschaft für musikalische Aufführungs - und mechanische Vervielfältigungsrechte il settore discografico nazionale, che accusò i vertici della società di “non comprendere l’epoca digitale”. Tra polemiche e scambi di accuse, l’impasse si risolse solo nel 2016, lasciando per sette anni il pubblico tedesco a corto di musica. La battaglia che si sta combattendo dallo scorso 16 marzo sull’asse Roma - Menlo Park è però profondamente diversa, per diverse ragioni. I tempi e gli schieramenti La prima e più evidente è che, nel 2009, la direttiva copyright non esisteva, e YouTube, la sua battaglia, la stava combattendo solo sul fronte tedesco. Meta, oggi, sta lottando per non creare un precedente che la costringerebbe ad accordi meno vantaggiosi - per lei - su quelli che secondo IFPI sono oggi il quarto e il sesto mercato più grande al mondo per consumo di musica, Germania e Francia. Il secondo aspetto, forse il più rilevante, è che mentre il settore della musica registrata, durante la crisi tra GEMA e YouTube, si era schierato contro la collecting, in questo frangente SIAE ha incassato l’appoggio di FIMI, PMI e AFI, che rappresentano praticamente la totalità del settore discografico tricolore. E non solo. Dalla parte della collecting, nel confronto con Meta, ci sono anche politica e istituzioni. Mazzi e Borgonzoni, seppure con atteggiamenti differenti - più determinato il primo, più dialogante la seconda - si sono schierati dalla parte della Società Italiana degli Autori ed Editori. Senza dimenticare il sostegno più importante del quale sta beneficiando viale della Letteratura, cioè quello dell’ACGM. Un’eventuale pronuncia dell’antitrust sfavorevole a Meta potrebbe creare una sorta di precedente, a livello legislativo, pronto a essere replicato in tutti i paesi aderenti all’UE. Prospettiva, questa, tutt’altro che auspicabile per la big tech statunitense. La logica dello stress test Dal canto suo, Meta sa di confrontarsi con un soggetto che dal 2018 opera in regime di libero mercato. Tiene il polso del sentiment della propria utenza, che - in parte - rivolge a SIAE le stesse critiche che la discografia tedesca rivolgeva a GEMA quattordici anni fa - di essere, cioè, non al passo coi tempi. E sa anche di quanto le fasce più giovani di creator siano legate a doppio filo alle proprie piattaforme. Che quello artistico-digitale, oggi, sia un ecosistema che cresce e prospera solo in armonia è ormai chiaro a tutti: da definire, ormai, restano gli equilibri che determinano l’armonia. Semplificando all’estremo: ha più bisogno Meta di SIAE o viceversa? Come dire: ha più bisogno TikTok dei cataloghi delle major o viceversa? Secondo Bloomberg, dopo che la controllata di Bytedance ha provato a limitare l’accesso ai repertori delle big three sul mercato australiano, la piattaforma che ha reso popolare il formato short ha sperimentato una netta diminuzione nell’utilizzo. Quindi, tra contenitore e contenuto, chi sta facendo uno stress test a chi?