Si è tenuto nel pomeriggio di oggi, martedì 24 febbraio, presso Superluna (lo spazio allestito al Portosole da Woodworm in occasione della settantaseiesima edizione del Festival della Canzone Italiana, del quale Rockol è media partner) il talk - presentato da Creative Hub Bologna - “When Sync Meets Sanremo - Linguaggi e futuro della sincronizzazione”. Moderato da Rossella Lo Faro (Head of Corporate Affairs and Communication FIMI), l’evento ha ospitato gli interventi di Roberto Genovese (Director Sync & Brand Partnership di Warner Music Italy), Giorgio D'Ecclesia (Ceo & Founder di Radio Speaker Srl) e Diego Schiavo (itSound). “La sync è la cosa più bella che possa accadere a una canzone”, ha premesso Genovese, spiegando alla platea i rudimenti essenziali dei processi che regolano il mercato delle sync. Riguardo i cambiamento che il settore ha sperimento negli ultimi anni, sempre Genovese ha osservato: “E’ un comparto altalenante, che ha avuto un percorso complesso. Ai tempi della crisi del settore fisico il mercato delle licenze è diventato molto rilevante, assumento il ruolo di cardine dell’industria, in termini sia di creazione di valore che di diffusione. Con il digitale le sync sono tornate in una zona più di quiete, ma sempre molto importante, sia in termini di creazione di valore che di discovery - sia per i giovani artisti, che per i repertori legacy”. “Il suono fa parte della creazione di un immaginario”, ha chiarito Schiavo riguardo i cambiamenti nella fruizione audiovisiva, nell’approccio al mestiere e nel concetto di identità sonora: “Fino a vent’anni fa la fruizione degli audiovisivi era vincolata dagli orari - sia per la televisione che per il cinema. Ora non è così: un film si può fruire su smartphone, pc, smart TV, eccetera. La linearità viene spezzata, e questo è l’aspetto più importante per chi si occupa di musica e immagini. Il pubblico di oggi ha un rapporto con il tempo totalmente diverso con l’audiovisivo, rispetto a quello di qualche decennio fa. C’è poi il problema ‘spaziale’, nel senso letterale della parola: oggi la musica deve suonare bene tanto in una grande sala cinematografica, che nelle cuffie. Non si può più mixare per un’ambiente preciso. Sono due contesti completamente diversi, ed è un bene che ci sia varietà”. Che approccio ha una major alle sync? Come le sfrutta? “Nella ruotine di una casa discografica o di un editore c’è una parte di lavoro passiva, sotto forma di gestione di richieste”, spiega Genovese: “Tuttavia la sync può essere anche un’opportunità di lancio per un nuovo artista o per una gemma nascosta del passato. In un progetto low budget si tende a proporre emergenti, in modo da creare un indotto e lanciare un nuovo artista. E’ la parte più stimolante del nostro lavoro". Riguardo l'utilizzo di opere legacy, "il caso di ‘Running up that hill’ di Kate Bush in ‘Stranger Things’, in questo senso, è esemplare", prosegue Genovese: "Ma non replicabile, se non a parità di condizioni: è una grandissima canzone, che musica una delle serie televisive più famose al mondo. C’è un lavoro di scrittura, dietro, che va al di là del singolo brano”. La radio può essere considerata come primo luogo di sincronizzazione tra musica e immaginario collettivo? “Vorrei innanzitutto sfatare il mito della ‘payola’. Le case discografiche non pagano per fare passare i brani, in nessun caso”, chiarisce D’Ecclesia: “La chiave è la stationality, unione tra ‘station’ e ‘personality’. Governa tutto, anche gli editori della radio, perché rappresenta l’identità della stazione che fa una promessa agli ascoltatori. E’ la regola, come ‘Solo musica italiana’, nel caso di Radio Italia. Le radio non possono permettersi di sparare musica a caso, vista la mole di spese che sono chiamate a sostenere: ogni brano è studiato al millimetro, perché le emittenti non possono correre il rischio di perdere ascoltatori. Chi vuole suonare per le radio deve rimanere fedele alle regole del mainstream”. L’intelligenza artificiale ha impatto anche sul settore delle sincronizzazioni e nell’ambito del sound desing? L’AI è un supporto - per i professionisti del comparto - o un motore di appiattimento e standardizzazione del suono? “Nell’audio ci sono due tipi di AI, dal lato compositivo e da quello del supporto. Da un punto di vista musicale, i modelli sono già abbastanza maturi, ma dal punto di vista di supporto il livello è quello della Gen AI di tre anni fa. Siamo davanti a un cambiamento epocale. Negli ultimi vent’anni abbiamo avuto la possibilità di accere a dei dati - discograficamente parlando - dei quali prima non avevamo alcuna disponibilità: siamo passati dai bozzetti del ‘600 alla macchina fotografica digitale. Questi dati di mercato stanno guidando la creazione: e, se si tratta di seguire dei dati per creare, l’AI è molto più brava di noi. Abbiamo imbrigliato talmente tanto gli artisti da permettere all’AI di essere più veloci di loro. Credo che l’imprevidibilità sia l’ultima arma che ci sia rimasta. Piano, originale, unico, ma vostro: queste sono le coordinate che devono guidare oggi la creatività umana”. “La radio non ha il tempo e la pazienza che hanno i podcast”, ha spiegato D’Ecclesia a proposito delle sync nei podcast: “La radio ha uno schema chiuso, il podcast no. Nel podcast, la sonorizzazione serve a creare ambienti sonori: la musica funziona non quando ti accorgi che esiste, ma quando ti accordi che non c’è”. “L’investimento sulla creatività umana vale sempre la pena”, ha aggiunto Genovese tornando sul ruolo e sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel settore: “Se si può fare una cosa grande, che scuote le persone a cambia la percezione del nostro business, è una cosa che da valore alla musica”. “Ci sono anche aspetti etici nell’uso di tool di AI”, ha ulteriormente precisato Lo Faro: “Ora stanno arrivando accordi tra industria discografia e sviluppatori, ma fino a oggi il training dei modelli è stato fatto in modo non autorizzato su materiali coperti da diritto d’autore”. Il Festival di Sanremo è una grande piattaforma musicale, la più grande in Italia: può essere considerata un hub per connettere musica e brand? Ci sono brani potenzialmente funzionali a un’operazione “perfetta” di sync? “Sicuramente sì”, ammette Genovese: “Lo step più naturale è scegliere brani con un forte impatto in termini di popolarità, e Sanremo è il nostro Super Bowl. Legare un progetto sync a un brano sanremese sarà la cosa più semplice da immaginare: la storia è piena di classici nati a Sanremo, dalle canzoni di Modugno a ‘Maledetta primavera’ di Loretta Goggi e ‘Cuoricini’ dei Coma_Cose. Sì, Sanremo è un ‘rubinetto’ da sync”. “Un brano sanremese per il cinema è un brano enorme, importantissimo, che ‘mangia’ un sacco di ruolo a tutto il resto dell’audiovisivo”, ha aggiunto Schiavo: “E’ difficilissimo da poterlo utilizzare, a meno che non diventi un patrimonio musicale storico. E’ un’arma a doppio taglio, ma il mercato si sta preparando all’utilizzo di opere con queste caratteristiche: nel prossimo futuro avranno sempre più importanza”. “Sanremo è spesso più capace di individuare nuovi talenti rispetto alla radio, come Lazza, Tony Effe, Coma_Cose o Rose Villain, che si Spotify hanno fatto ottimi numeri ma in radio non passavano”, ha concluso D’Ecclesia: “Sanremo ha la capacità di trasformare successi in vero mainstream”.