<p style="text-align:left"><span><span><span>In un’intervista rilasciata a Billboard, Citrin Cooperman – specializzata nelle valutazioni delle aziende e del mercato “musica e intrattenimento” – ha affermato che le operazioni sui cataloghi nel 2025 hanno generato un fatturato superiore ai 13 miliardi di dollari. Eccone lo spaccato essenziale, concentrato sui numeri dichiarati:</span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span>– Cataloghi analizzati da Citrin Cooperman:<strong> </strong>oltre 550<br /> – Valore totale dei “catalog deals” nel 2025:<strong> </strong>oltre $13 miliardi<br /> – Valore complessivo del mercato dei cataloghi: circa $20 miliardi</span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span>– Valore aggregato di questi cataloghi:<strong> </strong>oltre $10,6 miliardi<br /> – Multipli medi di mercato recenti: 19,5 volte gli utili<br /> – Range multipli osservati: circa 15x – 24x<strong> </strong>a seconda di genere e “vintage”</span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span>– Multipli per cataloghi “masters + publishing”: multipli<strong> </strong>superiori a 17x<br /> – Cataloghi solo publishing: multipli di circa 15x<br /> – Premio implicito dei master:<strong> </strong>circa +2x–3x di multiplo che corrisponde a un premio superiore del 10–15%+).</span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><strong>Il nostro commento</strong><br /> <br /> Se nel 2025 i “catalog deals” hanno superato i 13 miliardi di dollari (valore transato), mentre i ricavi globali della musica registrata si attestano a $31,7 miliardi (fonte: IFPI), allora i cataloghi scambiati in un solo anno valgono quindi circa il 40% dell’intero fatturato annuo globale della musica registrata. Ora, i $31,7 miliardi sono un flusso annuale — ricavi generati dal consumo — mentre i $13 miliardi sono <em>stock</em>, cioè valore di asset che passano di mano. Il fatto che in un anno si scambi quasi metà di quel flusso in valore di cataloghi è un segnale molto forte di finanziarizzazione. Allo stesso tempo, questa proporzione implica che il mercato è disposto a pagare multipli ancora elevati: c’è fiducia nella stabilità — o nella crescita — dei flussi futuri, e il catalogo viene sempre più percepito come un asset “quasi infrastrutturale”. </span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span>Allargando lo sguardo allo streaming, il confronto è altrettanto eloquente. Sempre nel 2025, su $31,7 miliardi di ricavi globali, circa $20,4 miliardi provengono dallo streaming (abbonamenti e advertising), pari a circa il 64% del totale (fonte IFPI). Questo significa che i flussi che sostengono il sistema sono sempre più concentrati ed è su questi flussi che si appoggiano le acquisizioni di cataloghi: quei $13 miliardi scambiati poggiano in larga parte su quei circa $20 miliardi di streaming (valgono il 60–65% dei ricavi globali da streaming). Il mercato compra cataloghi, ma i flussi che li rendono preziosi sono sempre più basati sullo streaming. </span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span>Saliamo di un ulteriore livello e il rapporto cambia natura. Dato che non stiamo più confrontando due flussi economici del settore, ma due dimensioni diverse - $20 miliardi annuali generati dallo streaming e $13 miliardi di capitale che entra nel sistema sotto forma di trasferimenti di proprietà e operazioni M&A - il punto non è più “quanto vale rispetto”, ma quale leva domina il sistema. In un solo anno, il mercato mobilita capitale pari a gran parte del flusso che sostiene quei cataloghi: è come se quasi un anno di streaming venisse anticipato dal capitale. A queste dimensioni, il valore non è più solo nei ricavi annuali, ma nella capacità di attrarre capitale sulla base di quei ricavi. Lo streaming diventa, in questo senso, una sorta di collaterale finanziario: il sistema assume una natura bidirezionale, in cui lo streaming genera cassa, mentre il capitale anticipa, compra e riorganizza quei flussi. In pratica, il mercato non vive solo di musica che viene ascoltata, ma anche — e sempre di più — di musica che viene comprata come asset.</span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Emerge, quindi, una distinzione fondamentale finale. Non essendo quei $31,7 e $13 miliardi numeri confrontabili “in linea” (sono due livelli diversi dell’economia della musica), non si sta misurando la crescita, ma l’intensità della riorganizzazione proprietaria. È il segnale che il settore è diventato un mercato di asset, non solo di contenuti. Quei $13 miliardi non derivano da nuova musica venduta, ma da fondi, major e investitori che acquistano flussi futuri. È lo stesso passaggio visto in altri settori maturi: da “produrre valore” a “scambiare e valorizzare asset”.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Il rapporto più interessante, quindi, non è tra le cifre, ma tra le logiche: $31,7 miliardi rappresentano l’economia della domanda e $13 miliardi rappresentano l’economia del capitale. Quando la seconda arriva a questa scala, significa che il settore è talmente stabile e prevedibile da essere pienamente finanziarizzato. Se i $31,7 miliardi misurano quanto la musica vale per chi la consuma, i $13 miliardi quanto vale per chi la possiede.</span></span></span></span></p>