“Who is Michael Ovitz” (2018) è il titolo dell’autobiografia di uno degli agenti più famosi di Hollywood, se non il più famoso. Quando un paio d’anni fa ne raccomodai la lettura a un celebre manager musicale italiano, non potevo nemmeno lontanamente immaginare che il protagonista sarebbe ricomparso alla mia attenzione come candidato alla presidenza di Universal Music Group. Già: da poco dopo che la notizia sull’offerta di Pershing Square è diventata pubblica, le maggiori testate finanziarie del mondo l'hanno indicato come parte del “pacchetto" di Bill Ackman. Ma chi è Michael Ovitz? Nome completo Michael Steven Ovitz, è nato il 14 dicembre 1946 a Chicago. L’agente, manager e imprenditore media è noto soprattutto per aver co-fondato nel 1975 la Creative Artists Agency (CAA), insieme a Ron Meyer, Bill Haber, Rowland Perkins e Mike Rosenfeld. CAA è diventata una delle agenzie di talenti più influenti di Hollywood, rappresentando attori, registi, sceneggiatori e sportivi di primo piano. Sotto la sua guida, l’agenzia introdusse un modello radicalmente innovativo: un approccio “team-based” che sostituisce il singolo agente, e soprattutto il cosiddetto packaging dei progetti, cioè la capacità di assemblare in un unico sistema talento, regia, sceneggiatura e finanziamento. Questo modello trasformò l’agente in un attore centrale nella costruzione dei progetti, spostando il baricentro del potere negoziale verso chi controlla accesso e relazioni. È divento un modello di riferimento per Ovitz. Negli anni ’80 e ’90 Ovitz - ormai considerato una delle figure più potenti di Hollywood - ricopriva un ruolo che andava ben oltre la rappresentanza: contribuì a ridefinire il funzionamento stesso dell’industria dell’intrattenimento. CAA rappresentava alcune delle figure più rilevanti del settore, tra cui Tom Cruise, Steven Spielberg e David Geffen, ma anche De Niro, Pacino e Hoffman. Fu determinante nella strutturazione di accordi complessi e multimilionari, trasformandosi in un “architetto di sistema”: non più intermediario tra domanda e offerta, ma soggetto in grado di costruire e orchestrare intere operazioni industriali. Nel 1995 Ovitz lasciò CAA per diventare presidente della Walt Disney Company, sotto la guida di Michael Eisner. Un passo falso se si considera che il suo mandato durò poco più di un anno (lascia nel 1996 in seguito a tensioni interne e divergenze strategiche); oppure un passo gigantesco se, invece, si considera che la sua uscita venne accompagnata da una liquidazione di circa 140 milioni di dollari, poi oggetto di una delle più note controversie legali nella storia della corporate governance americana. Dopo l’uscita da Disney, Ovitz riorientò progressivamente il proprio ruolo, spostandosi verso investimenti, consulenze e un crescente coinvolgimento nell’ecosistema tecnologico. Nel 1999 fondò Artist Management Group (AMG), con l’obiettivo di costruire una piattaforma che unisse management artistico, produzione e nuove tecnologie. Il progetto rifletteva la sua capacità di lettura anticipata della convergenza tra contenuti e infrastrutture digitali, includendo investimenti in startup e società internet. Negli anni successivi, Ovitz entrò più direttamente nel mondo del venture capital e del private equity, con un focus su media, tecnologia e consumer. Non si configurava come investitore tecnico, ma come figura strategica e relazionale: advisor, connettore e facilitatore tra mondi diversi. Uno dei legami più rilevanti ancora oggi è quello con Marc Andreessen, co-fondatore di Netscape e partner di Andreessen Horowitz, che Ovitz considera un genio. Ovitz è entrato nell’orbita del suo fondo come consulente e figura di raccordo tra Hollywood e Silicon Valley, portando una comprensione profonda delle dinamiche del contenuto, del talento e della costruzione dei progetti. Un altro nodo rilevante è Ron Conway, che secondo Fortune lo introdusse a Andreessen, collocandolo nel cuore del venture capital californiano. Altri legami finanziari forti e documentati sono quelli con Ron Burkle e Peter Thiel. Con Burkle compaiono più intrecci di investimento e business; con Thiel il rapporto passa anche da Palantir, dove Ovitz risulta investitore e facilitatore di accesso verso hedge fund e operatori finanziari (Non si trascuri che Thiel è considerato da molti un deus ex machina dietro l’elezione di Donald Trump, al quale avrebbe imposto il ticket con vice-presidente J.D. Vance). Come in passato, anche in questa veste il valore di Michael Ovitz non è tecnico ma sistemico: rappresenta una figura ibrida che connette contenuti, capitale e infrastrutture. La sua ricchezza coincide con una rete estremamente ampia e influente, costruita nel tempo tra industria dei media, finanza e tecnologia. Se tra le relazioni più note figurano quelle con David Geffen, Steven Spielberg, Barry Diller e Michael Eisner, tra quelle meno evidenti - perchè a basso tasso di celebrity - spicca una relazione forte con Bill Ackman, che emerge nella documentazione dei veicoli di investimento costruiti dalla sua Pershing Square, prima con Pershing Square Tontine Holdings (PSTH) nel 2020 e poi con Pershing Square SPARC Holdings nel 2023. Nel caso di PSTH, i documenti della SEC (l’autorità per la borsa statunitense) mostrano che Ovitz è coinvolto formalmente attraverso un Director Warrant Purchase Agreement: questo implica non solo un ruolo di governance, ma anche un allineamento economico diretto all’operazione, poiché i warrant rappresentano diritti a partecipare al valore futuro generato dal deal. Con SPARC, il modello evolve ma la sostanza resta: Ovitz è indicato come membro dell’Advisory Board e beneficia di un Advisor Warrant Issuance Agreement (29 settembre 2023), cioè di strumenti che lo remunerano in funzione del successo delle operazioni. In entrambi i casi, non si tratta di una relazione informale o di semplice networking, ma di un’integrazione strutturata nel sistema di dealmaking di Ackman: da un lato il capitale e la struttura finanziaria, dall’altro accesso, relazioni e capacità negoziale — in particolare nei settori media e intrattenimento — che rendono Ovitz una figura funzionale alla costruzione e all’esecuzione dei deal. Tutto ciò sfocerà in un ruolo apicale in una nuova UMG? A 80 anni? Stando a quanto trapelato al momento, il ruolo di Lucian Graige, presidente e CEO di Universal Music, non dovrebbe essere a rischio, prevedendo la proposta di Ackman - per Ovitz - il ruolo di Chairman del Consiglio di Amministrazione del gruppo (attualmente occupato da Sherry Lansing). Sicuramente, dopo avere trasformato il ruolo dell’agente, ridefinito le dinamiche di potere tra talent e studios e, nelle fasi successive, contribuito a costruire un ponte tra industria dei contenuti e capitale tecnologico, una major sarebbe una nuova sfida. Forse vi applicherebbe i dettami della sua filosofia, più volte espressa mediante una visione precisa : il valore risiede nell’accesso ai talenti e alle idee. E, forse, dopo avere attraversato tre fasi dell’economia dei media -analogica, digitale e platform-driven - vorrebbe dimostrare che dispone ancora della capacità di operare nei punti in cui talento, capitale e infrastruttura si incontrano.