Tra le tante opinioni - di azionisti, mercati, analisti e diretti interessati - fatte circolare dopo l’annuncio della proposta di acquisizione di Universal Music Group da parte di Pershing Square ne manca, almeno al momento, una sola, ma fondamentale: quella degli artisti. Il gruppo guidato da Lucian Grainge è la casa - discograficamente, e talvolta anche editorialmente - della più vasta comunità di band e interpreti sulla piazza. Di voci importanti, che non solo sbancano sui servizi streaming o ai botteghini, ma che guidano gli orientamenti dei fan e muovono, per quello che sono in grado di fare, una parte di opinione pubblica. Qualche esempio? Taylor Swift (nella foto), che nel 2025 è stata nominata da IFPI, per la sesta volta nella sua carriera, l’artista più ascoltata al mondo, è parte del roster di UMG. Così come Lady Gaga, Billie Eilish e Kendrick Lamar. E U2, Sting e moltissimi altri. Quella proposta nelle ultime ore, senza dubbio, è un’operazione prettamente finanziaria, che - stando almeno alle dichiarazioni d’intenti fatte trapelare nel corso della prima relazione agli investitori di Pershing Square - non ha intenzione di interferire con la linea “artistica” impressa alla major dall’attuale dirigenza - pronta, sempre secondo le prime dichiarazioni in merito, alla riconferma, anche in caso di conclusione dell’affare. E’ lecito pensare, tuttavia, che artisti particolarmente attenti alla propria integrità potrebbero avere qualcosa da obiettare riguardo i trascorsi e le posizioni dei due protagonisti di questa (potenziale) maxi-operazione di M&A, Bill Ackman e Michael Ovitz. Il primo è il fondatore e gestore di Pershing Square, la private equity che vorrebbe fondersi con Universal Music. Finanziere impegnato in diverse cause filantropiche e firmatario del Giving Pledge di Bill Gates (iniziativa che prevede, da parte di personalità particolarmente facoltose, la donazione di almeno la metà del proprio patrimonio entro la fine della propria vita a favore di cause benefiche), Ackman nel 2024 aveva sostenuto il democratico Dean Phillips in occasione delle primarie presidenziali. Dopo la vittoria di Joe Biden, si è spostato in campo repubblicano, dichiarando il proprio sostegno a Donald Trump dopo il tentato omicidio del tycoon a Butler, Pennsylvania, nel luglio del 2024. Strenuo sostenitore delle operazioni militari di Israele a Gaza e degli Stati Uniti contro l’Iran, vicino a Robert F. Kennedy Jr. (del quale ha in parte condiviso le posizioni di scetticismo nei confronti dei vaccini), Ackman ha donato 10.000 dollari a una campagna di GoFundMe a fare di Jonathan Ross, l’agente dell’ICE responsabile della morte dell’attivista Renée Good, avvenuta a Minneapolis il 7 gennaio scorso. Ovitz, una delle figure più rivoluzionarie nella storia dello showbiz americano (al quale MusicBiz ha dedicato un profilo, disponibile qui), quando nel 2008 fu costretto a vendere la sua Artist Management Group accusò - nel corso di un’intervista rilasciata a Bryan Burrough per Vanity Fair - di essere stato costretto a cedere la propria azienda da una “mafia gay” composta dal cofondatore di Dreamworks e fondatore di Geffen Records (ora parte proprio della galassia Universal Music tramite il gruppo Interscope-Geffen-A&M) David Geffen, dal giornalista del New York Times Bernard Weinraub e dal suo ex datore di lavoro, il presidente della Disney Michael Eisner. Appassionato collezionista di arte e molto impegnato in diverse cause filantropiche, Ovitz si è visto citare negli Epstein Files: nei documenti recentemente declassificati dall’amministrazione Trump il cofondatore della Creative Artists Agency appare tra gli invitati, nel 2012, presso l’isola ai caraibi dove il finanziere suicidatosi in carcere nel 2019 era solito tenere i suoi famigerati festini. Benché abbia smentito, per mezzo di un portavoce, qualsiasi forma di vicinanza di natura non professionale (e non occasionale) con Epstein, nei documenti resi pubblici dalla casa Bianca è trapelato un messaggio - indirizzato da Ovitz allo stesso Epstein - dove il fondatore di CAA lode i “tanti straordinari talenti” del criminale condannato per traffico sessuale e associazione a delinquere. Il candidato alla presidenza del CdA dell’ipotetica “nuova” Universal Music è stato per oltre 10 anni senior advisor di Palantir, la società co-fondata da Peter Thiel dal 2014 partner dell’ICE, la temuta agenzia anti-immigrazione finita nell’occhio del ciclone per le morti della stessa Good e di Alex Pretti, definita dal governatore del Minnesota Tim Walz “la Gestapo di Donald Trump”: nel 2020 Amnesty International ha accusato Palantir di mancata due diligence nei contratti con l’ICE in materia di rispetto dei diritti umani. Le major, mai come oggi, sono protagoniste di un profondo processo di evoluzione indotto dalle dinamiche di mercato imposte dalle piattaforme digitali: il caso WMG - Revelator ha ribadito come, in un futuro nemmeno troppo prossimo, l’espansione del segmento indipendente e unsigned potrebbe spostare il baricentro dei grandi gruppi sulle divisioni LAS [Label & Artist Services], ridimensionando ipoteticamente la rilevanza strategica del reparto A&R. Questa, tuttavia, è una visione di scenario, che - almeno per quanto riguarda Universal Music - riguarderà l’amministratore delegato (che fino a oggi ha fatto “un ottimo lavoro”) e non gli azionisti di maggioranza. Vale quindi la pena ribadire, ancora una volta, che quella proposta da Pershing Square ieri è solo un’operazione finanziaria, non discografica, e che a Ackman e Ovitz di quello che pensano gli artisti di Universal Music su relazioni internazionali, rispetto dell’ambiente, inclusione, minoranze e geopolitica non interessa assolutamente nulla. Quello che pensano Ackman e Ovitz interessa agli artisti di Universal Music?