Rispetto allo scorso anno, le royalties generate dagli artisti italiani su Spotify sono cresciute del 10%, superando i 165 milioni di euro e “quasi triplicando” il loro valore rispetto al 2019: a rivelarlo è stata la stessa piattaforma entrando nel dettaglio dei numeri registrati nel nostro Paese tra i mesi di gennaio e dicembre del 2025. Sono oltre venti gli artisti che, in Italia, hanno generato oltre un milione di euro a beneficio dei rispettivi aventi diritto nel corso dell’anno passato: il dato supera le 50 unità abbassando la soglia del totale di royalties a 500mila euro. Benché non sia stato reso noto il numero esatto, per Spotify Italia gli artisti che hanno generato, solo sulla piattaforma, royalties per importi superiori ai 50mila e 100mila euro all’anno “sono più che raddoppiati dal 2019”. Nel complesso, degli oltre 165 milioni di euro generati da Spotify a beneficio di aventi diritto italiani nel 2025, il 40% è ascrivibile a realtà indipendenti. A livello globale, “la lingua italiana - spiega il DSP - risulta essere tra quelle a maggiore crescita su Spotify nell’ultimo anno”, con le royalty provenienti da brani in lingua italiana cresciute del 17% rispetto al 2024 e del 46% rispetto al 2023. Dato, quest’ultimo, legato positivamente anche all'esportazione dei repertori nazionali sullo scenario globale: oltre il 40% delle royalties degli artisti italiani nel 2025 generate tramite il DSP, infatti, proviene da ascoltatori residenti all’estero. Per quanto invece riguarda il mercato nazionale, l’andamento del consumo di musica registrato dai server di Spotify rispecchia piuttosto fedelmente quello registrato dalle classifiche compilate da FIMI/NIQ, che ormai da diversi anni conferma la predilezione per le produzioni tricolori da parte del pubblico di casa nostra: l’82% dei brani inclusi nella Daily Top 50 Italia, infatti, è firmato da artisti italiani, portando il nostro dato relativo al consumo interno a essere “uno dei più alti in Europa”. “Vent’anni fa è stata fondata Spotify, in un momento storico in cui l’industria musicale era in severa contrazione”, ha commentato Adelechiara Nicoletti, Head of Artist & Label Partnerships in Sud ed Est Europa di Spotify: “Oggi, ce lo dicono i dati, sono sempre di più gli artisti che generano royalty significative, sempre più Paesi esportano la propria musica all’estero, sempre più lingue e culture raggiungono un pubblico globale. I dati mostrano che lo streaming non ha reso tutti famosi, ma ha certamente ampliato le opportunità rispetto al passato. Siamo felici di registrare la continua crescita del settore musicale italiano, e c'è un importante margine per crescere ancora”. Lo scorso mese di settembre Spotify ha aumentato - anche in Italia - il prezzo della sottoscrizione al proprio servizio Premium, passato da 10,99 a 11,99 euro al mese. Riguardando il ritocco solo l’ultimo semestre dello scorso anno, l’azienda ha fatto sapere di non aver ancora stimato né l’impatto avuto dal provvedimento sulle royalties corrisposte nel 2025 né sul totale di quelle che - in proiezione - avrà corrisposto agli aventi diritto alla fine dell’anno in corso. Di certo, ha precisato Spotify, il totale di tutte le royalties raccolte - sia tramite le sottoscrizioni in abbonamento che tramite quelle supportate dalla pubblicità - continueranno a essere ripartite secondo le proporzioni già adottate dalla piattaforma in passato: l’eventuale (e auspicabile) aumento di gettito causato dall’aumento degli abbonamenti per gli utenti titolari di account Premium sarà ripartito per il 70% a beneficio degli aventi diritto e per il 30% a beneficio della piattaforma. Riguardo le policy relative all’intelligenza artificiale e alle politiche adottate per arginare il dilagare dell’AI slop, per Spotify il requisito minimo è che “l’artista resti sempre in controllo del repertorio”: tolleranza zero, quindi, verso fake, voice cloning o altre tipologie di contenuto in violazione dei diritti dei rightsholder. In questo senso, Spotify ha citato il caso di Michael Smith, produttore americano incriminato per aver elaborato e messo in pratica uno schema fraudolento atto a generare royalties grazie a brani realizzati con la GenAI spinti sui DSP da sistemi automatizzati di fake stream: dei 10 milioni di dollari ricavati complessivamente grazie alla truffa su diverse piattaforme, solo 60mila - quindi appena lo 0,6% - sono riferibili al “consumo” effettuato su Spotify.