La scuola italiana è pronta per accogliere l’insegnamento curricolare dell’educazione musicale negli asili nido e nelle scuole di ogni ordine e grado, emancipandosi definitivamente dai tre anni di teoria base (e pratica sul flauto dolce) attualmente nel programma delle scuole medie? Se ne è parlato oggi, giovedì 14 maggio, in Commissione Cultura alla Camera dei Deputati, nell’ambito dell’esame di una proposta di legge per l’introduzione di un nuovo programma che inserisca lo studio della musica nei piani didattici del sistema scolastico in modo più presente e strutturato. Ad essere auditi, tra gli altri, sono stati il trombettista e compositore Paolo Fresu, l’ideatrice e fondatrice del progetto Nidi di Note Sonia Peana, rappresentanti della Conferenza nazionale dei direttori dei Conservatori, del Centro per la Salute delle Bambine e dei Bambini (ente promotore del programma Nati per la Musica), dell’associazione Il jazz va a scuola e di FIMI - Federazione Industria Musicale Italiana. “Educare alla musica fin dalla più tenera età significa innanzitutto educare all’ascolto - e l’ascolto è sicuramente una competenza civica prima ancora che artistica”, ha spiegato, nel corso del suo intervento, Rossella Lo Faro, Head of Corporate Affairs di FIMI, che ha sottolineato, inoltre, come “la musica è di fatto un’industria, e come tale è sviluppo economico”, che ha portato il comparto, nel nostro Paese, a “superare i 3 miliardi di euro solo di contributi diretti”. “Pertanto, investire nella formazione musicale non significa sostenere un lusso culturale ma significa alimentare un ecosistema economico che genera occupazione qualificata e innovazione digitale, ma anche competitività internazionale”, ha proseguito Lo Faro: “In uno scenario in cui le industrie creative e culturali rappresentano una componente sempre più rilevante del prodotto economico dei Paesi, la musica è infatti un asset strategico per l’Italia, che possiede in questo campo un patrimonio straordinario”. L’importanza che la produzione italiana sta acquisendo a livello internazionale è testimoniata dai ricavi dalle royalty generate dal consumo di musica italiana all’estero, che sono cresciute del 180% dal 2020 - e del 13,9% su base annua nel 2025, superando i 32 milioni di euro tra fisico, sincronizzazioni, diritti connessi e naturalmente digitale. “Gli artisti musicali italiani siano produttori di una cultura originale pur mantenendo un legame profondo con l’immaginario e l’identità storica del nostro Paese”, ha concluso Lo Faro: “E’ necessario costruire fin dalla scuola dell’infanzia un rapporto autentico con la musica. In questa prospettiva, appare altrettanto essenziale riconoscere il valore didattico dell’ascolto diretto delle opere musicali e dello studio e delle analisi dei testi, che rappresentano una modalità concreta attraverso cui la musica può essere pienamente integrata nei percorsi educativi, contribuendo alla formazione del pensiero critico e alla lettura delle trasformazioni della società contemporanea. Per queste ragioni, considerare la musica una materia marginale sarebbe non solo un errore pedagogico, ma anche una miopia economica e soprattutto culturale”.