Che non fosse una passeggiata, trattandosi di un territorio completamente da esplorare, era ovvio. Ma ora c’è maggiore ufficialità: la partita tra major e piattaforme di AI musicale si complica. Dopo la fase delle cause per copyright contro Suno e Udio e dopo i primi accordi di licenza, arriva un nuovo fronte: quello dei musicisti che hanno suonato nelle registrazioni usate per alimentare i modelli generativi. La American Federation of Musicians of the United States and Canada ha citato in giudizio Universal Music Group e Warner Music Group presso la corte federale di Manhattan. La causa, secondo Reuters, accusa le due major di avere violato gli accordi collettivi con i musicisti rappresentati dal sindacato, autorizzando l’uso di registrazioni su cui quei musicisti avevano lavorato senza riconoscere loro compensi o informazioni adeguate. Il nodo riguarda i settlement raggiunti da UMG e Warner con le piattaforme di AI musicale. Le major avevano fatto causa nel 2024 a Suno e Udio, insieme a Sony Music, accusando le due società di avere copiato registrazioni protette per addestrare sistemi capaci di generare nuova musica. In seguito, Universal e Warner hanno chiuso accordi con Udio; Warner ha anche raggiunto un accordo con Suno. Universal, invece, resta ancora in causa con Suno, mentre Sony non ha chiuso accordi con nessuna delle due piattaforme e non è parte della nuova causa intentata da AFM. Secondo il sindacato, quegli accordi permetterebbero ora alle società di AI di continuare a utilizzare registrazioni licenziate dalle major per addestrare nuovi modelli. AFM sostiene che i musicisti coinvolti in quelle registrazioni non siano stati compensati, non abbiano ricevuto crediti e non abbiano ottenuto informazioni su quali incisioni e quali performance vengano utilizzate. Nella causa, il sindacato afferma che le major hanno creato una nuova fonte di ricavi attraverso licenze retroattive e prospettiche, ma avrebbero escluso i musicisti che hanno contribuito materialmente a quelle registrazioni. L'aspetto giuridico è interessante. AFM sostiene che gli accordi collettivi prevedano compensi per i cosiddetti “new uses”, cioè nuovi utilizzi delle registrazioni, spostando l’oggetto del contendere dal training illecito (ossia: hanno Suno e Udio usato cataloghi protetti senza autorizzazione per addestrare i loro modelli?), alla facoltà delle major di monetizzare licenze AI sulle registrazioni senza riconoscere una quota ai musicisti che hanno suonato su quei master. Universal Music ha replicato sostenendo di essere stata in prima linea nella tutela di artisti e autori nell’era dell’AI, attraverso accordi di licenza responsabili, iniziative legislative e azioni contro operatori ritenuti scorretti; ha inoltre indicato che la questione verrà affrontata nell’ambito delle trattative collettive in corso. La causa apre un fronte industriale delicato. I settlement tra major e AI company erano stati letti come il passaggio da una fase di scontro frontale a una fase di licensing controllato. Ma la mossa di AFM mostra che la legittimazione dell’AI musicale non dipende solo dall’accordo tra piattaforme e titolari dei cataloghi. Dipende anche dalla distribuzione interna del valore: chi viene compensato, chi controlla le informazioni, chi può autorizzare nuovi utilizzi e chi resta fuori dalla negoziazione. È una controversia che sposta il baricentro del dibattito dal solo rapporto tra AI e copyright al modo in cui i ricavi dell’AI verranno ripartiti dentro la filiera della musica registrata, perchè i master incorporano anche performance, creatività e contributi professionali di musicisti che ora chiedono di essere inclusi a pieno titolo nella nuova economia delle licenze AI.