Una ricerca appena pubblicata - il DIMA Annual Report 2026, elaborato dalla Digital Media Association, sigla che rappresenta a livello globale i principali servizi di streaming musicale - offre dati molto utili che permettono di confrontare le abitudini del pubblico statunitense con quelle degli italiani, messe in luce - appena qualche settimane fa - dal rapporto Music Engagement Study 2026, curato da Sparks of Fire Consulting per conto di FIMI - Federazione Industria Musicale Italiana. Interessanti, nel dettaglio, sono i numeri riguardanti la spesa media dei cittadini italiani per il consumo di musica registrata. Secondo il più recente Music Engagement Study, condotto su un campione rappresentativo dell’intera popolazione italiana (che include, va da sé, anche i non consumatori abituali di musica), la spesa media annuale dei nostri connazionali di età compresa tra i 16 e i 64 anni in musica registrata è pari a 180 euro all’anno (che corrispondono a una spesa mensile di 7 euro per i servizi digitali, più 8 euro per i formati fisici, sempre al mese), corrispondenti a circa 208 dollari, al cambio attuale. La media annuale, per la medesima fascia di età, sale a 648 euro (748,6 dollari) per i superfans italiani, che - secondo la ricerca - investono mensilmente 29 euro nell’acquisto di supporti fisici e 25 euro servizi digitali, tra streaming e download. Negli USA la situazione fotografata dal DIMA Annual Report 2026 vede l'”utente medio” dei servizi di streaming (di età compresa tra i 13 e i 70 anni) spendere in musica registrata - tra digitale e fisico - 434 dollari all'anno (375 euro): la spesa media annua sale a 614 dollari (531 dollari) per gli “abbonati ai servizi di streaming on-demand a pagamento”. Data la differenza radicale nel tipo di campione studiato - rappresentativo dell’intera popolazione per la ricerca di Sparks of Fire Consulting / FIMI, ristretto ai soli utenti dei servizi streaming per quella di DIMA - l’unico confronto plausibile, anche se non del tutto indicativo, è quello della spesa media annua tra i superfans italiani e gli utenti premium americani, che vede i primi “superare” in media di 108 euro (o 125,4 dollari) l’abbonato a pagamento tipo con cittadinanza statunitense. Sullo sfondo, restano le differenze macroeconomiche proprie dei due contesti nazionali: secondo i dati riferiti nel World Economic Outlook 2026 del Fondo Monetario Internazionale il potere d’acquisto negli USA continua a rimanere molto più alto di quello italiano, con un PIL pro-capite statunitense superiore del 40% a quello tricolore (94.430 dollari all’anno contro 65.761) e salari reali che, oltreoceano, hanno superato da anni la media non solo italiana, ma dell’intera eurozona. Allargando ulteriormente il quadro, occorre sottolineare come il mercato americano della musica registrata - da sempre il primo al mondo per distacco, per giro d’affari - sia sensibilmente diverso da quello italiano. Nel nostro Paese nel 2025 il settore ha registrato un tasso di crescita pari al 10,71%, (oltre quattro punti percentuali in più rispetto alla media globale), toccando - in termini di ricavi complessivi - quota 513 milioni e 373 mila euro, 50 milioni in più rispetto al 2024. Sempre nello scorso anno il comparto discografico statunitense ha registrato ricavi per 11,54 miliardi di dollari, in crescita del 3,1% rispetto all’anno precedente. Al di là dell’abissale differenza nell’ammontare del fatturato, a marcare la reale diversità tra le due realtà è il differenziale tra le percentuali di crescita, primo discrimine - da qualche anno a questa parte - tra i mercati avanzati e quelli (più o meno) emergenti. “L’attuale scenario italiano è sicuramente positivo ma sconta ancora una decisa distanza sul fronte del segmento premium rispetto ai mercati maturi”, aveva commentato Enzo Mazza, CEO di FIMI, commentando il report sull’andamento del settore nazionale nel 2025: “Nonostante il nostro Paese abbia infatti raggiunto la soglia dei nove milioni di abbonati nel 2025, abbiamo ancora una penetrazione del 15,1% che - comparata a quella della Francia (26,7%) e della Germania (37,6%) - restituisce un gap di monetizzazione significativo”. Secondo i più recenti dati riportati da uno studio di Deloitte riferito al 2025, la penetrazione dei servizi di streaming musicale sul mercato americano è prossima alla saturazione, con il 90% delle famiglie titolari di almeno un abbonamento attivo. Il margine di crescita ancora piuttosto ampio nel mercato italiano della musica registrata era stato descritto da Eleonora Bianchi, Digital Services & Consumption Director di Universal Music Italia, come una serie di “sacche di valore inespresso” in una recente intervista a Rockol Musicbiz. “Super Premium Tier e superfans a parte, il valore è ovunque: ci sono moltissimi tier intermedi da testare che potenzialmente hanno margini di crescita molto ampi”, aveva spiegato Bianchi, che aveva individuato nelle fasce più giovani di fruitori di musica il segmento più promettente per alimentare un ulteriore crescita: “Più che nativi digitali, quella da far crescere è una 'generazione dello streaming’, abituata a riconoscere il valore di servizi musicali come quelli offerti dai DSP e disposta a pagare per utilizzarli. Il tempo, tuttavia, sta giocando a nostro favore: in un contesto come quello italiano, quando Spotify deciderà di lanciare il Super Premium Tier, sarà il mercato stesso a dare un’ulteriore spinta alla crescita”.