Con la riconferma di Andrea Miccichè nel ruolo di Presidente, NUOVO IMAIE si prepara ad affrontare una nuova fase ricca di novità. La collecting dedicata ad Artisti, Interpreti ed Esecutori, sul fronte musicale, non si limiterà ad “ampliare il perimetro della raccolta dei diritti connessi” e a proseguire nella sua “missione primaria” di sostegno agli artisti, ma, entro la fine dell’anno, allargherà le proprie attività anche alla raccolta dei diritti riservati ai produttori (“rilevando” le attività di AFI), aprendo una sede a Milano per presidiare in modo stabile la città di residenza della quasi totalità dell’industria discografica italiana. L'obiettivo è molto ambizioso, e Miccichè non lo ha mai nascosto: portare la raccolta del diritto connesso in Italia al livello di quella francese. È presidente del NUOVO IMAIE fin dalla sua nascita, nel 2010. Questo rinnovo del mandato conferma una forte continuità, non solo alla guida dell'Istituto, ma anche nel Consiglio di amministrazione del settore musica, con le riconferme di Andrea Marco Ricci e Sabino Mogavero. Lo considera un riconoscimento del lavoro svolto? Sì, lo considero sicuramente un importante attestato di fiducia. Evidentemente il lavoro fatto in questi anni è stato apprezzato e questo rinnovo ne è una conferma. In questi anni alla guida del NUOVO IMAIE, come ha visto cambiare la condizione degli artisti interpreti ed esecutori? Credo che l’Istituto abbia contribuito in modo significativo a riportare gli artisti al centro dell'attenzione della politica, sia sul tema dell'intermediazione dei diritti sia su questioni più ampie che riguardano la categoria. Non rivendichiamo certo il merito dell'introduzione del contratto collettivo degli attori, ma penso sia innegabile che abbiamo contribuito a far emergere le esigenze degli artisti nel dibattito istituzionale. Mai come negli ultimi quindici anni Parlamento, Governo e Ministero della Cultura hanno dedicato attenzione al settore, attraverso decreti e interventi normativi. Questo non significa che la politica abbia sempre dato tutte le risposte attese, ma certamente gli artisti non sono più stati ignorati. E come è cambiato il NUOVO IMAIE, rispetto al momento della sua prima elezione? È cambiato profondamente. Quando siamo partiti eravamo poco più di trenta persone; oggi siamo oltre settanta. Il volume di attività è passato da circa 10-15 milioni di euro a quasi 70 milioni. Abbiamo ampliato in modo considerevole la rete di accordi internazionali: da pochi rapporti con società omologhe siamo arrivati a circa settanta accordi. Abbiamo inoltre sottoscritto intese con tutti i principali utilizzatori e, dove non è stato possibile raggiungere un accordo, abbiamo avviato contenziosi. Anche la base associativa è cresciuta enormemente: dai circa 1.500 soci iniziali siamo arrivati a quasi 34.000. È davvero un altro mondo. Nel messaggio con cui ha annunciato la sua rielezione ha parlato delle nuove sfide che attendono il settore. Quali ritiene siano le più importanti? La principale sfida è superare i pregiudizi che ancora esistono nei confronti del diritto connesso. La cultura del diritto d'autore è ormai consolidata: chi utilizza un'opera musicale sa di dover corrispondere i diritti agli autori. Meno chiaro, invece, è che esistono anche i diritti di chi quella registrazione l'ha prodotta e di chi l'ha interpretata. Diffondere questa consapevolezza significa compiere un'importante operazione culturale, oltre che giuridica. Su questo fronte, è ancora aperto il contenzioso con Spotify. Ci sono novità? Al momento no. La causa è stata avviata e attendiamo gli sviluppi. Restiamo convinti delle nostre ragioni. Non siamo un caso isolato: anche altre società di gestione collettiva europee ritengono che il settore digitale remuneri i diritti connessi in misura insufficiente. Non condividiamo l'interpretazione secondo cui il modello di business delle piattaforme dovrebbe remunerare esclusivamente i diritti primari, escludendo quelli connessi. Sappiamo bene che si tratta di un tema delicato, perché oggi gran parte del fatturato dell'industria musicale passa attraverso le piattaforme digitali come Spotify. Tuttavia riteniamo che questa sia una battaglia necessaria per tutelare gli artisti. Posso aggiungere che numerosi artisti di primo piano ci hanno espresso la loro vicinanza e non escludo che, nei prossimi mesi, possano decidere di sostenere pubblicamente questa iniziativa. È un segnale importante, anche perché finora gli artisti italiani si sono esposti raramente su questi temi. Che cosa li sta spingendo a farlo oggi? Probabilmente una maggiore consapevolezza del proprio ruolo. Gli artisti hanno compreso quanto siano centrali all'interno dell'intera filiera e quanto incidano gli interessi dei grandi gruppi industriali. Oggi questa consapevolezza è molto più forte rispetto a qualche decennio fa. Quali sono, nell'immediato, i principali dossier aperti che intende affrontare in questo nuovo mandato? Sicuramente l'ampliamento del perimetro della raccolta dei diritti. Ci sono grandi operatori globali – penso a Meta, Google, oltre che a Spotify e ad altre piattaforme di diffusione musicale – che, a nostro avviso, non stanno riconoscendo una remunerazione adeguata per i diritti connessi. Ampliare la platea di chi paga significa non solo diffondere una maggiore cultura del diritto connesso, ma anche incrementare le risorse destinate agli artisti. Per ottimizzare la raccolta a favore degli aventi diritto, a febbraio avete annunciato con SCF un progetto di one stop shop. Sebbene sia ancora presto per un bilancio definitivo, come valuta i primi risultati? A mio giudizio il progetto sta funzionando bene. La raccolta effettuata insieme a SIAE sta producendo risultati positivi e conferma che la concentrazione dei pagamenti verso un unico interlocutore è una soluzione richiesta dal mercato. Naturalmente servirà ancora un po' di tempo per una valutazione completa, ma i primi dati sono già molto incoraggianti. Quando avremo numeri consolidati, credo che sarà opportuno coinvolgere anche il legislatore, perché un mercato efficiente dei diritti dovrebbe poter contare su una rete di gestione comune, nell'interesse dell'intero sistema. Ripercorrendo la storia del NUOVO IMAIE, è evidente come il sostegno diretto agli artisti sia sempre stato una costante dell'attività dell'Istituto. Pensate di rafforzare ulteriormente questo impegno? È certamente uno degli aspetti centrali della nostra missione. Ogni anno pubblichiamo circa diciassette bandi, che spaziano dal sostegno alla realizzazione di fonogrammi inediti e cortometraggi fino ai contributi per la promozione di nuovi progetti discografici e delle esibizioni dal vivo. Continueremo naturalmente a sostenere gli artisti in difficoltà, le mamme lavoratrici e chi attraversa momenti particolarmente complessi, ma non abbiamo mai trascurato il sostegno alla produzione culturale. Crediamo sia fondamentale aiutare gli artisti a realizzare opere concrete. La nostra ambizione, inoltre, è quella di dotarci di una sede capace di ospitare anche attività creative. Che tipo di struttura immagina? Un luogo dove gli artisti possano provare, registrare, incontrarsi e sviluppare nuovi progetti. In sostanza, un vero polo creativo. Se dovesse nascere, lo immagina a Roma o a Milano? Direi Roma. Per quanto riguarda la musica il discorso è più articolato, perché oggi i musicisti sono distribuiti su tutto il territorio nazionale e non sono più concentrati esclusivamente a Milano. Per il cinema, invece, Roma continua a rappresentare il punto di riferimento naturale. Da qui alla fine dell'anno ci sono novità che il NUOVO IMAIE si prepara ad annunciare? Stiamo lavorando per ampliare ulteriormente la nostra rappresentanza. Inoltre stiamo valutando la possibilità di svolgere attività di intermediazione anche per quei produttori discografici rimasti privi di un organismo di riferimento dopo la decisione di AFI di cessare questa attività a partire dal 31 dicembre 2026. Molti di questi produttori siedono già nella nostra assemblea perché sono anche artisti e ci hanno chiesto più volte di tutelare anche i loro interessi. Questo comporterà anche un rafforzamento della struttura organizzativa? È un'ipotesi molto concreta. Se questo progetto dovesse prendere forma, sarà verosimilmente necessario adeguare anche l'organizzazione interna. Il quartier generale resterà comunque a Roma? Sì, anche se nel frattempo abbiamo acquisito una nuova sede a Milano, acquistata circa quattro mesi fa. Entrerà presto in funzione? Sì. L'apertura della sede milanese non è legata esclusivamente ai nuovi progetti, ma rappresenta una scelta coerente con la crescita dell'Istituto. Oggi era impensabile operare nel settore dei diritti musicali senza una presenza stabile a Milano, dove si concentra una parte importante dell'industria musicale e dove risiedono anche molti dei nostri associati. Naturalmente questa presenza potrà favorire anche gli sviluppi futuri di cui parlavo. Quale obiettivo si pone per questo nuovo mandato? Portare il diritto connesso in Italia a livelli comparabili con quelli della Francia, almeno in termini di raccolta e fatturato: sarebbe un risultato di grande importanza per tutto il settore e, soprattutto, per gli artisti.