Il termine hyperpop, molto gettonato dalla stampa di settore, sembra indicare un genere, ma in realtà indica più che altro un periodo storico, un modo di produrre e veicolare la musica, uno stato d’animo. Nell’ordine, il periodo storico è quello della pandemia da Covid-19, e degli anni immediatamente successivi: è qui, infatti, che nasce e si sviluppa questo filone, nel bel mezzo del lockdown. Il perché è riferito anche al secondo fattore: gli adolescenti e i giovanissimi, chiusi in cameretta, cominciano a giocherellare con i software di produzione e con ciò che hanno a disposizione in casa, scrivendo canzoni semplici ma orecchiabilissime e inventandosi degli alter ego iper-caratterizzati, dai look coloratissimi e dal sound cartoonesco, che profumano di evasione e regalano un attimo di spensieratezza. Il passaparola viaggia sui social, e il trend è nato. Ma attenzione: nonostante l’aspetto giocoso e quasi infantile, l’hyperpop non va confuso con generi più costruiti e teen, come ad esempio il k-pop. Non a caso, lo chiamano anche “bubblegum bass”: dietro le tinte confetto e l’apparente disimpegno si nasconde una rabbia generazionale ben più potente. E infatti, con il passare degli anni, le tonalità vivaci e accese della prima ondata si sono tinte di scuro, dando vita a una svolta molto più dark. Il fenomeno, che secondo molti ha in Charli XCX la sua proto-esponente più celebre, all’estero si è espanso ben oltre la sfera del web, anche grazie alla sua inclusività e accessibilità: molti dei suoi artisti di punta si identificano come transgender, non binari o queer, e grazie al tam tam della comunità LGBTQIA+ sono diventati delle vere icone in tutto il mondo, spesso senza neanche aver tenuto dei veri e propri concerti. Molti di loro hanno fan base piccole, che in teoria dovrebbero sfuggire ai radar, ma è la combinazione delle rispettive audience a rendere interessante il genere anche commercialmente: secondo un’analisi di Chartmetric, che ha rilevato i dati degli streaming di Spotify del quinquennio 2019-2024, presi tutti insieme i 23 artisti hyperpop più ascoltati arrivano a superare il numero di stream della beniamina delle classifiche Charli XCX. In questo caso, quindi, è più interessante investire su tutta la scena anziché su un singolo nome. Dalle nostre parti, l’hyperpop è un trend relativamente recente: come spesso accade, ci siamo arrivati dopo rispetto al resto del mondo. La definizione del genere è molto lasca, quindi è difficile dare una misura di chi è “fuori” e chi è “dentro”, ma in base alle descrizioni fornite dai vari comunicati stampa e dalle recensioni, possiamo considerare almeno in parte hyperpop artisti come SillyElly (Warner Music), Faccianuvola (Columbia Records), Caro Wow (EMI), Hello Mimmi (Bomba Dischi), Ëgo (INRI/Metatron), Troyamaki (AWRA), Hachiko (La Crème Records) e molti altri, tutti emersi e/o messi sotto contratto negli ultimi due anni. Come nel caso dell’estero, presi singolarmente non hanno ancora numeri spettacolarmente alti – i due più noti, SillyElly e Faccianuvola, al momento viaggiano rispettivamente sui 331.000 e 299.000 streaming mensili su Spotify – ma, se presi in considerazione in qualità di massa critica, generano un movimento interessante. Forse non ancora pronto per il mainstream, ma senz’altro in grado di intercettare un pubblico che ama l’immaginario del pop asiatico e di quello anglosassone, ma vuole qualcosa di meno costruito, più organico e ricco di spunti. Il paradosso? Se da noi il fenomeno hyperpop si prepara a decollare, altrove nel mondo lo danno già per tramontato (un po’ come succede per certi sottogeneri della trap, come la rage, attualmente in ascesa qui ma già in fase discendente da parecchio negli Stati Uniti). Sempre secondo Chartmetric, nel 2027 il genere si appresta ad assumere una nuova forma; Pitchfork lo definisce addirittura “ufficialmente morto nel 2023”, mentre Remi guarda già a un eventuale revival. Il futuro potrebbe arrivare direttamente dal passato, con una trasformazione graduale dell’hyperpop nel caro, vecchio electropop, confezionato semplicemente con modalità e strumenti più contemporanei. Non è detto, però, che lo stesso debba succedere anche in Italia: e anche in questo caso la parabola della trap (che nelle classifiche americane ha spiccato solo in alcune annate, mentre da noi risulta essere un investimento ancora sicuro) ha molto da insegnare.