Si parla tanto della necessità, per le case discografiche, di puntare su artisti che possano durare nel tempo, ma intanto la rivoluzione digitale sembra andare nella direzione opposta, smembrando le proposte musicali e riportando in auge i singoli: ecco spiegata la genesi di un’etichetta come la Apollo, che la major Universal ha concepito come veicolo per sfruttare organicamente a livello internazionale gli “one hit wonder” da una botta e via che ogni tanto nascono sui dancefloor in giro per il mondo. <br> Tenuto conto dell’evoluzione delle tecnologie e dei modelli di consumo, il marchio opererà sia sul mercato tradizionale che su quello digitale: nel primo caso come joint venture tra la Island inglese, Universal Music France e Universal Music Germany (la “italo-dance”, ci fosse bisogno di conferme, non fa evidentemente tendenza come un tempo); nel secondo, ha spiegato uno degli ideatori del progetto, Matt Jager della Mercury inglese, “tenendo conto della forza che la musica dance e urban hanno in rete e in funzione di nuove fonti di introito come le suonerie e i download video”. “Creare una etichetta come la Apollo trova il suo senso nel fatto che sia le piattaforme digitali che la musica dance sono essenzialmente legate al mercato dei singoli” ha aggiunto Rob Wells, direttore della divisione new media di Universal UK. “Siamo fermamente convinti che i pezzi dance più in voga del momento si possano vendere in tutti i canali e su tutte le piattaforme, negozi di dischi, download, suonerie e video”. Il primo progetto ad essere trattato internazionalmente dalla Apollo sarà “Thunder in my heart again” di DJ Meck, rifacimento di un pezzo dance inciso da Leo Sayer nel 1977. Ma ce ne sono già parecchi altri in cantiere, come l’hit romeno “Morandi” e “Body language” di Mandy v Bookashade, uno dei tormentoni dell’ultima estate a Ibiza.