L’Inghilterra musicale rischia di farsi defraudare dei “gioielli della sua corona” e di una voce importante della sua bilancia dei pagamenti, se lo stato non provvederà al più presto a estendere i termini di protezione dei copyright delle registrazioni sonore: lo ha ribadito il presidente esecutivo dell’organizzazione locale dei discografici BPI, Peter Jamieson, nel corso di un incontro pubblico tra operatori ed esponenti del mondo politico che ha avuto luogo martedì scorso, 6 giugno, a Londra presso la sede del Parlamento. <br> Le case discografiche rappresentate dall’associazione chiedono un’estensione della durata di protezione da 50 a 95 anni, preoccupate dal progressivo passaggio nel pubblico dominio, e dunque nella libera disponibilità di chiunque, di numerosi successi pop e rock degli anni ’50. “La musica britannica è una delle nostre grandi ambasciatrici nel mondo”, ha detto Jamieson, “ma se non allunghiamo i termini di protezione rischiamo di trasformare una voce di esportazione in importazione, con la conseguenza di ridurre drasticamente il flusso di denaro in arrivo nel Regno Unito”. “Non pensiamo che il pubblico dominio sia la soluzione giusta per registrazioni tuttora molto popolari tra il pubblico”, ha aggiunto il presidente BPI, “soprattutto a causa del dilemma morale che pone: continuare o meno a pagare un artista per incisioni che sono ancora molto richieste ma che non sono più tutelate dal copyright”. <br> Anche in Italia, intanto, si muove qualcosa: “Il tema”, ha dichiarato a Rockol il presidente FIMI Enzo Mazza, “è tra le priorità della federazione e stavamo appunto aspettando la nomina del nuovo Governo per iniziare i passi ufficiali. Abbiamo già sensibilizzato anche molti artisti sulla questione: da rilevare che per la musica italiana si tratta di un aspetto fondamentale, visto che ci troveremmo con la musica di importazione USA protetta e con quella italiana non tutelata con grave danno della produzione nazionale”.