Continua il dibattito sugli effetti deleteri che il p2p non autorizzato produce sui consumi legali di musica registrata: e ora una ricerca empirica condotta negli Stati Uniti da Felix Oberholzer-Gee e Koleman Strumpf per conto del prestigioso Journal of Political Economy va contro alle tesi dei discografici della RIAA sostenendo che al file sharing illegale può essere attribuito un ruolo soltanto marginale nel crollo della domanda di supporti musicali. Esaminando i dati riguardanti le vendite di cd rilevate elettronicamente da Nielsen SoundScan nel 2002 e i volumi di file musicali scambiati illegalmente nello stesso periodo su due grandi reti “OpenNap” (in relazione a 680 album contemporaneamente disponibili nei negozi), i due studiosi hanno concluso che l’incidenza di questi ultimi non superava, nella peggiore delle ipotesi, l’equivalente di 386 copie settimanali per album: e dunque non può definirsi altro che “prossima allo zero, e statisticamente irrilevante”. Nel 2002, ricordano ancora Oberholzer-Gee e Strumpf, sono stati venduti negli Stati Uniti 803 milioni di cd, circa 80 milioni di pezzi in meno dell’anno precedente; tuttavia, secondo i loro calcoli, al file sharing illegale non può essere imputata una perdita superiore ai 6 milioni di album: il che lascia un punto interrogativo sull’altro “buco” da 74 milioni di pezzi. Secondo i due ricercatori, oltre allo spostamento di reddito spendibile su prodotti concorrenti come dvd e videogiochi entra in gioco in questo discorso la differenza tra sell in e sell out: sarebbero state le grandi catene come Best Buy ad aver ridotto drasticamente gli assortimenti e il magazzino, e dunque anche gli ordini di nuovi cd all’industria, per minimizzare costi e rischi di gestione approfittando dei nuovi e più sofisticati sistemi di controllo automatizzato dell’inventario a loro disposizione.