L’industria discografica spende troppo denaro per tenere in piedi le sue associazioni di categoria. Parola di Guy Hands, il nuovo “padrone” della EMI sempre con le forbici in mano alla ricerca di rami secchi da tagliare (ha già anticipato ai suoi dirigenti un ridimensionamento degli stipendi e si è detto pronto a licenziare gli artisti “scansafatiche” e poco collaborativi, vedi News). Il finanziere della City ha scritto una lettera ai boss delle altre major per sensibilizzarli sul problema: tra la federazione internazionale IFPI e organizzazioni locali come RIAA (Stati Uniti) e BPI (Regno Unito), secondo lui, esistono troppe e superflue sovrapposizioni di ruolo, dal momento che le une e le altre perseguono spesso i medesimi obiettivi (lotta alla pirateria, attività di lobby nei confronti dei governi e di altri interlocutori). Risultato, i discografici spendono più di qualunque altra industria per finanziare i propri organismi di rappresentanza, 250 milioni di dollari all’anno: soldi che, secondo Hands, potrebbero essere spesi con maggiore intelligenza se si provvedesse a rivedere radicalmente funzioni e strutture della stessa IFPI. <br> John Kennedy, che della International Federation of the Phonographic Industry è presidente, ha replicato con diplomazia. “Sono disposto a suggerire soluzioni che possano accontentare tutti. Non mi è ancora arrivata nessuna lettera dalla EMI ma questa sua preoccupazione non mi sorprende e anzi la capisco. E’ stato un anno molto duro per l’industria discografica, e ovviamente le discussioni sui budget delle aziende vertono sulla ricerca del risparmio e dell’efficienza”.