Guy Hands lo aveva già detto (vedi News): le associazioni di categoria costano troppo rispetto ai risultati che permettono di conseguire. Detto fatto: attraverso una lettera datata 21 dicembre 2007 che l’avvocato generale della società Chris Ancliff ha scritto al presidente dell’IFPI John Kennedy (l’ha intercettata Billboard), si scopre che la EMI è pronta a rassegnare le dimissioni dall’organizzazione mondiale dei discografici. A partire dal prossimo 31 marzo, e a meno che nel frattempo “le discussioni con le altre major circa la futura struttura e il finanziamento dell’IFPI e delle associazioni nazionali... portino a una soluzione che ci sentiremo di appoggiare”. <br> Gli executive delle grandi case discografiche, non solo della EMI, puntano a una riduzione dell’impegno economico e a un miglioramento dell’efficienza delle loro organizzazioni di rappresentanza, da ottenersi principalmente attraverso un accorpamento tra l’IFPI e l’americana RIAA o almeno di certe loro funzioni nel campo dell’antipirateria e dell’attività di lobby istituzionale (che, lo ammette la stessa federazione internazionale dei discografici, da sole coprono oltre l’80 % dei suoi costi di esercizio). Non si tratta solo di questioni economiche, sottolineano altri “insider”, ma intanto Hands aveva già puntato il dito contro le spese eccessive, 250 milioni di dollari all’anno, che le case discografiche sostengono per tenere in piedi le loro associazioni (l’IFPI ribatte che si tratta di 130 milioni, e che per l’adesione alla federazione internazionale le quattro major spendono complessivamente 15 milioni di euro). Sia quel che sia, la EMI condiziona la sua futura adesione all’International Federation of the Phonographic Industry alla riduzione delle quote associative, e non solo. In caso contrario farà le valigie, anche se dalla missiva di Ancliff non è chiaro se la decisione coinvolga anche gli organismi nazionali di rappresentanza a cui la casa discografica aderisce nel mondo.