Crisi irreversibile dei consumi, pubblico svogliato e distratto da mille altre lusinghe, Cd e cassette invecchiati precocemente di fronte alle promesse della distribuzione on-line? Dimenticate tutto: il settore discografico italiano, a dispetto delle previsioni di sventura formulate dalle solite Cassandre, gode di buona salute. <br> Lo dimostra, dati alla mano, la Siae con il suo rapporto annuale sullo stato del mercato musicale; un’analisi dettagliata sull’andamento delle vendite dei supporti preregistrati che è stata presentata in anteprima a un convegno organizzato nell’ambito del Premio Tenco lo scorso ottobre e a cui il numero di dicembre del mensile specializzato "Musica e Dischi" dedica ora il suo servizio di apertura. <br> Le cifre diffuse dalla Siae, elaborate dalla società degli autori sulla base delle licenze di pubblicazione rilasciate nel 1996 ai produttori di dischi e di nastri, sconfessano infatti tutte le statistiche finora disponibili, concordi nell’attribuire al mercato discografico un’ulteriore flessione tanto in termini di fatturato quanto di volumi di pezzi venduti (e la divergenza è spiegabile soltanto con i diversi sistemi di elaborazione e di raccolta dei dati impiegati dalla Siae rispetto a quelli utilizzati dalle altre fonti, associazioni dei discografici in primo luogo). <br> Succede così che tutte le convinzioni più assodate tra gli esperti del settore - che da alcuni anni ormai predicono la scomparsa imminente della musicassetta e un futuro poco roseo anche per il Cd - vengano sconfessate dalle certificazioni di produzione e di vendita che la Siae raccoglie direttamente dagli stessi operatori.<br > E’ vero infatti che queste ultime confermano una flessione generale nei consumi, scesi di oltre il 10 per cento, da un totale di 138,9 milioni di dischi, nastri e Cd venduti a 124,4 milioni di pezzi; ma le stesse cifre dimostrano anche che il crollo delle vendite è da imputare per intero ai cosiddetti canali "alternativi". In primo luogo alle edicole, dove nel ‘96 sono stati venduti 20 milioni e 836mila pezzi fra Cd e cassette, quasi otto milioni in meno rispetto al 1995: un tonfo che la stessa Siae attribuisce alla saturazione del canale e a una drastica riduzione degli investimenti stanziati dai leader del settore, RCS/Fabbri e De Agostini in primo luogo. Contemporaneamente, il rincaro delle tariffe applicate dalla società degli autori ha nettamente ridimensionato (5,731 milioni di pezzi) la distribuzione di dischi e cassette come gadget promozionali allegati in omaggio ad altri prodotti commerciali.<br> Al contrario il mercato discografico vero e proprio, che la Siae quantifica sulla base dei permessi rilasciati ai produttori titolari di un contratto generale di licenza (in pratica le major discografiche più tutte le maggiori etichette indipendenti), ha registrato un incremento dell’8,46 per cento rispetto all’anno precedente, passando da poco più di 50 milioni di pezzi venduti a 54 milioni e 435mila. Sbaglia, secondo la Siae, chi dà prematuramente per morta la musicassetta (rimasta più o meno sui livelli di vendita dell’anno precedente) così come i mix 12 pollici in vinile, aumentati di quasi il 25 per cento rispetto allo scorso anno; anche se gli stessi dati della società degli autori confermano la superiorità schiacciante del Cd, tanto nel formato a lunga durata (dove rappresenta ormai il 63 per cento sul totale degli album venduti) che in versione singolo (+ 22,35 per cento di crescita). <br> Se si tiene conto che l’importazione è rimasta più o meno sui livelli dello scorso anno (otto milioni di pezzi) e che anche le centinaia di minuscole imprese discografiche che continuano ad operare (legalmente) nel "sottobosco" hanno mostrato timidi segni di ripresa dopo che le nuove leggi sul diritto d’autore hanno ripulito il mercato dai live non autorizzati, il quadro "clinico" che deriva dalla lettura del rapporto Siae è decisamente più ottimistico di quello che la stessa industria ama dipingere: i funerali del disco, per fortuna, sembrano rimandati a data da destinarsi.