Dopo la chiacchierata esternazione di gennaio al Midem di Cannes (vedi News), Paul McGuinness torna a incalzare gli Internet service provider, colpevoli a suo giudizio di non muovere un dito contro la pirateria telematica e di mettere a repentaglio, con il loro atteggiamento pilatesco, il futuro della musica digitale legale. Nel corso di un intervento alla conferenza Music Matters di Hong Kong, il 4 giugno scorso, il manager degli U2 ha rilanciato la proposta di una “vera partnership commerciale” tra i fornitori di accessi alla Rete e l’industria musicale. “Accordi stipulati privatamente per la spartizione dei ricavi, credo, rappresenteranno un modello base per il futuro”, ha detto McGuinness. “In un modo o nell’altro, per le case discografiche gli ISP e gli operatori di telefonia mobile rappresentano i soci d’affari del futuro. Ma dovranno accettare di condividere i loro guadagni in un modo che rifletta ciò che la musica fa per lo sviluppo delle loro attività commerciali e finanziarie. Prendiamo la Cina, dove la telecom principale, China Mobile, incassa ogni anni centinaia di milioni di dollari con le vendite di ringtones e ringbacktones, destinando ad autori, produttori e interpreti una frazione minuscola di quella cifra: quella, per me, non è una partnership equa”. <br> Il manager irlandese ribalta prospettive e luoghi comuni del dibattito sulla musica “liquida”: i veri dinosauri del music business, secondo lui, non sono più le case discografiche ma “i liberi pensatori di Internet legati al passato. Quelli secondo cui il copyright è un grande ostacolo al progresso, i distributori di contenuti dovrebbero poter godere dei loro profitti senza assumersi alcuna responsabilità e i creatori e produttori di musica dovrebbero semplicemente subordinare i loro diritti a quelli di chiunque altro”. A McGuinness non piace neppure l’idea di diffondere musica gratuita in cambio di una partecipazione agli introiti pubblicitari delle piattaforme di distribuzione, come propongono in questi giorni imprese come Spiral Frog e Qtrax (vedi News): “No”, ha ribadito a Hong Kong, “non voglio vedere gli artisti ridotti allo stato di impiegati che lavorano per conto di celebrate agenzie pubblicitarie”.