È l’unico giornalista musicale italiano ad aver ricevuto l’onore della citazione per nome in una canzone (vedi “L’avvelenata” di Francesco Guccini). Riccardo Bertoncelli, forse il più importante critico musicale ‘rock’ italiano, e consulente artistico del Salone della Musica di Torino, non si scompone più di tanto di fronte allo scarso successo fatto registrare da questa edizione: colpa di un improvviso ripensamento delle major, sostiene, e di una serie di difficoltà che, di riflesso, sono venute al pettine proprio nel momento cruciale. Bertoncelli boccia il Salone come vetrina della musica e lo candida al ruolo di ‘sterminato megastore del disco’, sull’esempio portato avanti dal Salone del Libro. I fatti gli daranno ragione? È presto per dirlo, ma ecco comunque un’intervista in cui il critico si assume le proprie responsabilità e ne rispedisce al mittente - leggi le major discografiche, grandi assenti di questa edizione insieme ai loro artisti - alcune altre.<br> <b>Si è parlato principalmente di motivazioni economiche alla base delle defezioni delle major nell’edizione di quest’anno: le grandi case discografiche considerano la presenza al Salone un investimento caro, che non conviene...</b> «Sì, l’ho sentito dire anch’io, ma ne ho sentite dire veramente tante in questi mesi... la verità è che molte major non hanno proprio voluto collaborare, neanche offrendo i propri artisti. C’è da pensare che forse questa formula non gli interessi».<br> <br> <b>Iniziamo a parlare dei difetti di questo Salone, anche - se è il caso - paragonandolo a quello del libro. Quando si va alla Fiera del Libro si ha l’impressione di essere aggiornati su tutte quelle che saranno le tendenze, le mode, le novità della stagione letteraria a venire. Al Salone della Musica questo non succede: perché?</b><br> «Il Salone del Libro in parte ha abbandonato questa impostazione, fatta di tematiche. Era un’idea affascinante, ma adesso sempre di più anche quella rassegna sta diventando un’occasione per presentare le novità che escono in quel momento, non ci sono più discorsi sullo stato della cultura del momento. Alcuni pensano che questa potrebbe essere la strada da praticare in futuro anche per il Salone della Musica, trasformarlo cioè in un grande termometro. Io credo che stavamo cercando di far entrare tutte le musiche qui al Salone: la confusione che c’è qui rispecchia la fruizione della musica al giorno d’oggi. Non esiste più la situazione in cui ci si siede in poltrona, come facevo io da giovane, e si ascolta un disco. Proprio in questa confusione ricreata al Salone risiede l’equivoco che poi è il nocciolo fondamentale della questione: i primi due anni il Salone l’hanno fatto i discografici portando le loro cose, noi ci occupavamo di creare appuntamenti di prestigio. Quest’anno è mancato il loro apporto, per cui sono rimaste in programma le cose di prestigio, ma mancava tutto il resto. E nonostante ciò siamo riusciti a portare qui Arto Lindsay: se soltanto avessimo avuto sei artisti da Auditorium, uno per serata, forse nessuno avrebbe detto niente».<br> <br> <b>Va bene, ma non siete riusciti neanche a fare questo: è possibile che una struttura mircoscopica come il Premio Tenco riesca comunque ad assemblare tre serate di alto livello e voi, che in confronto a loro avete altre disponibilità, non siete riusciti a trovare dei nomi all’altezza di uno spazio come l’Auditorium?</b> <br> «Il Tenco ha venticinque anni di storia, ed è riuscito a crearsi una ragnatela di contatti che ogni anno si espande. Chi ci va, ci va quasi a titolo personale. E comunque, in definitiva, il Tenco di quest’anno offre mezz’ora di concerto di Elvis Costello, che se non fosse stato impegnato sarebbe venuto anche al Salone. Ciò non toglie che qui al Salone si possa fare molto di più, però bisogna intendersi: noi siamo stati penalizzati da una situazione in cui all’ultimo minuto è crollato tutto, e in cui all’ultimo minuto abbiamo cercato di recuperare in ogni modo. Abbiamo avuto un mese e mezzo di tempo per fare il Salone così come lo avete visto in questi giorni...»<br> <br> <b> Sì, ma i soliti bene informati dicono che le major avevano iniziato a storcere il naso già alla fine della scorsa edizione, quando hanno visto che i conti non tornavano...</b><br> «Anche su questo argomento bisogna fare chiarezza: noi siamo andati a parlare con i discografici, le trattative ad un certo punto si sono arenate; loro dicono di essere stati chiari, ma questo è stato vero fino a un certo punto. Comunque, è vero che da parte loro c’era lo scontento per com’era andata: hanno parlato un po’ tutti di crisi economica, però è anche vero che nessuno prescrive alle major di fare stand faraonici che costano 100/150 milioni, e ti assicuro che quella è una grossa voce di spesa. Poi c’è un’altra cosa da dire: tutte le major che hanno esposto l’anno scorso qui al salone hanno stravenduto i loro dischi, però poi, quando si tratta di riconoscerlo, dicono che alla fine a loro non interessa fatturare quei 100 milioni in più, nel senso che non vengono qui per questo. Ma allora capiamoci: per quale motivo vengono qui, se non è anche per vendere? Alla fine, il bello del Salone del Libro è che tu vai lì e puoi trovare quasi ogni libro che cerchi, e finalmente comprarlo. Al Salone della Musica trovi meno di quello che troveresti in un buon negozio di dischi. Sembra quasi che al nostro settore non interessino le fiere e i saloni».<br> <br> <b>Ma allora quali erano le condizioni che avrebbero agevolato la partecipazione delle major?</b> «In una parola, la copertura tv. Se noi fossimo stati capaci di garantire loro una massiccia copertura RAI probabilmente sarebbero venuti tutti. Quindi in definitiva quello che interessa del Salone è probabilmente la visibilità sul media televisivo. A parte che in generale mi sembra un discorso un po’ riduttivo, anche volendo noi non possiamo organizzare un salone partendo dalla base della priorità televisiva: non è il nostro lavoro. Per un po’, in verità, ci abbiamo provato, ma alla fine gli ingranaggi sono talmente complessi e ampi da far crollare qualsiasi tentativo. Comunque, la richiesta di visibilità vale anche per la stampa: l’anno scorso Jovanotti ha fatto una giornata intera di musica e conferenze, incontri con gli studenti, e ci sono stati dei quotidiani che gli hanno dedicato 35 righe. È chiaro che se questo è il precedente, l’artista famoso non è detto che venga volentieri, o che il discografico sia entusiasta di mandarlo. La verità è che, al di là di questa richiesta di visibilità, le major non sono propositive: costruiscono stand faraonici dove non succede niente, mentre con una spesa minima potrebbero organizzare tantissime cose che farebbero parlare di più di loro. Quest’anno siamo arrivati ad organizzare noi una festa per l’Anniversario della Ricordi praticamente a loro insaputa. Ti rendi conto? Noi festeggiamo un pezzo di storia della musica italiana, e questi se ne fregano. Un altro esempio? Esce il live 1966 di Bob Dylan: ci vuole molto a organizzare una presentazione con spezzoni video, un po’ di musica e un ospite? Eppure la Sony non ci ha pensato».<br> <br> <b>Quest’anno avete inserito una zona ‘mercato’ comune, dove poter acquistare Cd: è una tendenza cui dare un seguito?</b><br> «Penso proprio di sì, visto che almeno su questo sembrano essere tutti d’accordo. La mia idea è che quella potrebbe essere la strada su cui incamminarsi in futuro».<br> <br> <b>Peraltro non c’è alcun incentivo, a livello di politica dei prezzi, all’interno del Salone: voglio dire, si spendono 15mila lire d’ingresso per trovare i dischi allo stesso prezzo cui sono venduti fuori...</b> «La mia idea è che dovrebbero esserci magari molti più dischi, per garantire più assortimento. La verità è che le case discografiche se ne sono fregate anche in quel settore».<br> <br> <b>Questa edizione del Salone della Musica segna comunque una battuta d’arresto: cosa succederà?</b><br> «Si tratta di mettere un punto e andare a capo. Bisogna rimettere le cose in mano alla Fondazione che organizza e ripartire dalla ricostruzione di un rapporto con le case discografiche».<br> <br> <b>Tu che tipo di proposte faresti, a questo punto, per il futuro del Salone?</b><br> «Cercherei anzitutto di scindere l’aspetto commerciale da quello promozionale. Avere la collaborazione delle case discografiche e al tempo stesso privilegiare anche un rapporto personale con gli artisti. Però, per fare questo, dal punto di vista artistico bisogna essere chiari e collaborativi anche sul piano commerciale, e questo non è detto che avvenga sempre. Bisogna finirla di dipendere esclusivamente dalle case discografiche. E poi credo che vada incentivato l’aspetto ‘megastore’ e si debba far diventare il Salone per una settimana il più grande negozio di dischi d’Italia. Deve essere un ‘sogno proibito’ per quanti amano la musica, il posto in cui trovare tutto ciò che un appassionato ha sempre cercato. Poi, accanto, potranno anche esserci gli stand di chi vuole esserci»<br> <br> <b>La cosa che mi lascia perplesso, ripeto, è l’idea di vedere gente che entra pagando 15mila lire e poi acquista i CD a prezzo pieno: ma dove sono quelli che hanno tutti questi soldi?</b><br> «Secondo me ci sono... e poi comunque anche il Salone del Libro funziona così...»<br> <br> <b>Con la differenza che, se scegli tra i libri economici, con 30 mila lire di spesa ti puoi portare a casa anche quattro bei libri. Nella musica le cose sono molto diverse...e comunque, tornando al discorso della separazione tra commerciale e artistico, è cosa assai complessa da fare in concreto... Forse converrebbe proprio metterli totalmente insieme, magari seguendo l’esempio di altre fiere-spettacolo - come ad esempio il Mi-Sex - dove gli stand espositivi vengono offerti quasi gratuitamente agli espositori, che poi in qualche modo contribuiscono a fare spettacolo, portando ad esibirsi le proprie pornostar oppure organizzando varie iniziative </b><br> «Ma quello del erotismo è un settore del tutto particolare, che conta su un’altra affluenza di pubblico....»<br> <b>Però è anche vero che voi potete contare su coperture economiche non indifferenti...</b><br> «È vero: ma, ripeto, alla fine non sarei così negativo nella valutazione finale».<br> <br> <b>In ogni caso, il rock da questo Salone è stato quasi completamente assente: sembrava più un Salone di musica classica...</b><br> «È mancato un grande concerto rock, è vero, ma per il resto credo che tutta la musica sia stata degnamente rappresentata».<br> <br> <b>Non pensi che sarebbe ora di svecchiare anche l’aspetto relativo agli incontri e ai dibattiti? Alla fine al Salone si parla quasi soltanto di industria e quasi sempre ad appannaggio esclusivo di addetti ai lavori. Non si fa divulgazione, non ci si rivolge alla gente: forse questo sarebbe un aspetto da curare, trovando magari chi racconti ai ragazzi cos’è il brit-pop, facendo vedere dei video, parlando con dei musicisti, tutte cose che al Salone mancano... bisognerebbe curare di più questo ‘passaggio del testimone’, spiegare a chi viene al Salone come amare di più la musica</b><br> «Lo prendo come un suggerimento, che potremmo effettivamente seguire in futuro. Bisognerebbe trovare la formula giusta per farlo, organizzare una sorta di ‘lezione’ che dia la possibilità ai ragazzi di ascoltare la musica e appassionarsi. Certo, dirlo adesso è facile, ma in realtà questo Salone è partito azzoppato per delle mancanze che abbiamo registrato soltanto all’ultimo minuto. Anzi, pensando a come è riuscito, in alcuni momenti mi sembra quasi un miracolo».<br>